Quella voragine chiamata mancanza

E’ notte ormai ed è tutto giorno, anzi, sono giorni che penso e ripenso a questa scadenza, il momento in cui la mente avrebbe dovuto affrontare questo scoccare delle lancette.
E’ passato un altro anno e siamo a due e quella voragine chiamata mancanza non smette di allargarsi.

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Mi era stato detto che, pian piano, si sarebbe ridotta, che c’avrei fatto l‘abitudine, che la nuova quotidianità avrebbe preso il posto della vecchia.
Ma come si fa a sostituirti?
Come si fa solamente a pensare che testa e cuore si mettano d’accordo e seguano la stessa strada?

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Quella voragine chiamata mancanza sta ancora lì a fagocitare ogni altra sensazione, ogni altro sentimento, consumandolo e svuotandolo di tutto il suo essere.
Non fa prigionieri e non risparmia nessuno; non ha clemenza e non chiede tantomeno scusa.

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E’ notte e la stanchezza di un periodo che avrei fatto volentieri a meno di vivere, è svanita.
Il sonno, che ormai bramo da tempo, si è coricato sull’altro lato del letto, quello vuoto, quello freddo e assente.
Ed io sono qui, con i miei pensieri che si prendono a cazzoni e spintoni, in quella che sembra la ressa per accaparrarsi il primo iPhone.

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Sono qui anche se la testa è altrove.
Sono al mare, nel tentativo di calmarmi ascoltando l’infrangersi delle sue onde, come 730 giorni fa in una stessa notte vuota che riverente e rispettosa, tace d’innanzi un dolore che non si è capaci di affrontare.

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Sono irrequieto e disarticolo i concetti, privi di nesso come le azioni, come i pianti che sfuggono al mio controllo e alla mia volontà.
C’è confusione e non è perché ti amo, o meglio, che ti amo è scontato ma la confusione è proprio dovuta al fatto che non è questo il punto ma quello che viene dopo di esso.

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Non c’è correlazione e nello stomaco si mescolano in una centrifuga di emozioni, parole che vorrei solo vomitare per sentirmi più leggero, più libero.
Non c’è niente che vada e non c’è nulla di quello che vorrei. Ci sono solo le immagini più brutte che io abbia mai vissuto e nessuno che possa darmi la pace di cui necessito.

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Pensavo che il primo anno sarebbe stato il più duro, tra pianti scoppiati di notte, nel pieno di un sonno agitato o davanti ad un film di poco conto e interesse.
Dove ogni passo, ogni cosa, ogni accenno e odore mi parlasse di te.
Se prima mi sentivo sul ciglio di un baratro, ora quel baratro lo sto attraversando a capofitto, in caduta libera.

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Dovrò fermarmi prima o poi e chissà cosa rimarrà di me all’impatto e come ne uscirò, se ne uscirò.
Illeso sicuro no perché già sono molte le ferite che si sono andare a creare e che nel mentre continuano a riprirsi e sanguinare.

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Ed in questo silenzio, se solo avessi un tuo audio per poter ascoltare nuovamente la tua voce, lo andrei a consumare fino a dissociarmi dal tempo e dalla vita.
Tutto questo è un paradosso perché è proprio il silenzio che associo a te, tu che c’eri ma non c’eri, che dicevi e non dicevi, che agivi e non avvisavi.

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Eppure l’unica cosa che davvero vorrei fare è chiederti “come stai, pà?” e ascoltare una risposta, una qualunque che mi ridia ancora una volta quel momento padre-figlio che oggi non ho più.
Mi sento smarrito in una strada senza luci né indicazioni, in cui brancolo faticosamente nel tentativo di proseguire per quella che mi sembra la stessa direzione che avevamo preso insieme a te.

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Magari un giorno mi passerà, questo non lo so, so solo che non basta più un sorriso per coprire i singhiozzi; che i silenzi non sono più sufficienti per far decadere le assenze e che questa sofferenza è la dose a cui non so dire di no.

voragine