Ritorno ad osservare

Ritorno ad osservare il prossimo perché è una cosa che mi è sempre piaciuta, leggere i linguaggi muti degli sconosciuti e delle loro dinamiche. Quello scrutare a distanza l’initimità pubblica del prossimo, tra illegalità e sfacciataggine. Andare a carpire, a leggere, a scrutare dettagli e particolari che sappiano raccontarti chi hai davanti.

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L’ho sempre fatto, è qualcosa che mi viene naturale, alzare lo sguardo e vedere ciò che mi circonda, che mi avvolge e che mi gira attorno. Quella smorfia, la postura del corpo, il gestiscolare, l’impaccio, l’imbarazzo, il distacco e l’indifferenza.
Tutte cose che narrano una storia, un vissuto e che ti descrivono il presente ma non il futuro. Lo stesso atteggiamento che ti aiuta e supporta nel saper leggere il prossimo, come poterti rapportare e come saperti (o voler) porre.

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Ritorno ad osservare perché forse ho parlato troppo, forse ho lasciato intendere troppo di me, fidandomi di un mondo che non è così onesto come vuole apparire; che vuole piacere forzatamente a tutti ma non ti dice chi veramente è.
A fidarmi delle mie sensazione, delle mie percezioni ed a valutare e soppesare in silenzio gli eventi quotidiani.

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La vecchietta che da lontano, sul ciglio del marciapiedi, spera che qualche anima pia rallenti così che lei possa attraversare senza inutili ansie; quel viso che ti sembra conosciuto, in quell’esercizio nuovo, che ti punta gli occhi addosso; i ragazzi che ridono e scherzano tra loro, nella loro fase di invicibilità e assoluta noncuranza delle conseguenze; un rapporto smorto che ha già una finestra sul nuovo, senza dichiararselo.

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La vita è talmente così frenetica ormai che quando decidi di fermarti ad osservare qualcosa, per quanto banale e scontato sia, ti risulta di una bellezza estrema. Ti viene fuori quell’empatia immotivata che ti strappa un’emozione -non importa di quale natura essa sia- e rende la giornata un tantino diversa dal solito, quel che basta per riporla nell’archivio dei ricordi temporanei, di quelli che poi -col tempo- lasci andare.

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Rallentare fa bene, a volte diventa sintomatico perché la foga di volere assolutamente qualcosa è facile che sfoci in ossessione, in insoddisfazione e goffi tentativi di voler colmare dei vuoti che è meglio lasciare così come. I vuoti sono fatti per essere compresi e non per metterci la testa dentro come struzzi, col rischio che il resto poi ti appaia ovattato e distante.

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Bisogna darsi tempo anche se si pensa che di tempo non ce n’è più, perché non sempre le strade che si intraprendono hanno una corsia per far inversione e ci sono passi che invece di portarti in avanti, rischiano di farti andare a fondo e sprofondare.

ritorno ad osservare