Sono le tre di notte

Sono le tre di notte, o giù di lì, ho lasciato da poco mamma e Ale a casa per poi spostarmi con la macchina, giusto un poco per non farla vedere.
Il mare a pochi passi, una vita così, nel silenzio della notte, solo il rumore delle sue onde e qualche sporadica, solitaria macchina a passare.

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Sono le tre di notte ed inizio a scrivere i primi messaggi; apro le chat e non so come scriverlo, non so come dirlo. E’ difficile anche se esiste una parola molto diretta che farebbe arrivare il concetto ma quella parola la dovevo ancora digerire io stesso.
Alla fine mi esce un asettico “Papà non ce l’ha fatta”, senza punteggiatura, senza anima, senza vita, svuotato come me che passeggio nella buia spiaggia a fissar le onde che avrei voluto solo mi ingoiassero.

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Non so il motivo, forse perché ogni volta che avevo voglia di ascoltarmi un pò, ma il mare è sempre stato il rifugio in cui automaticamente mi sono sempre diretto per avere un ascolto a tu-per-tu con me stesso.
Sono immobile, seduto sul pattino del bagnino a cercar di rendermi conto a cosa ho appena assistito; a quale evento la vita mi ha messo di fronte e soprattutto perchè.

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Mi risponde un amico, mi chiama in piena notte e poco dopo mi ritrovo sotto la sua casa temporanea e sono una statua di ghiaccio. Mi rendo conto di non rendermi conto di cosa io stia vivendo.
Mi fa passeggiare, mi fa camminare e fino a qualche ora prima ci eravamo scambiati degli audio per aggiornarlo sulla situazione e la cosa che ripeto di più è stata “Ci hanno detto che sicuramente non è il cuore. Il cuore sta bene”.

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Camminiamo e lui mi parla e cerca di farmi parlare, il giorno dopo si sarebbe dovuto alzare per andare a lavoro ma era lì, ad accompagnare un manichino per le strade silenti di una Ostia che pareva si fosse fermata di colpo.
Non ho memorie dei discorsi, sicuramente ho rivissuto i momenti, la chiamata per andare lì al pronto soccorso e il sentire di un verdetto che era già stato scritto ma di cui io non avevo proprio idea.

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Più volte mi sono fermato a pensare che già quando sono stato chiamato, lui non c’era più; quando ci stavamo dirigendo in macchina, cercando di capire che cosa ci volessero dire, lui non c’era più; quando ci hanno portato dietro la paratia, lui non c’era già più.

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Saluto il mio amico e non ho versato nemmeno una lacrima davanti a lui e riprendo la macchina. Il buio più totale, così come quando entro in casa e vengo accolto da un silenzio assordante a cui non faccio nemmeno caso.
Vago per le stanze, ancora tramortito da un evento che non ho né metabolizzato né tantomeno completamente compreso.

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Sono le cinque passate del mattino e sto iniziando uno dei tanti pianti che mi accompagneranno da qui a chissà quanto ancora perché tu non ci sei più ed io mi sento come se mi avessero asportato una parte di me, senza anestesia.

sono le tre di notte