E’ già passato un anno

La forza di un genitore non ha eguali. Saputa la notizia ho iniziato a ripetermi che non dovevo piangere, che dovevo essere quello impassibile, quello forte; quello che arrivava e doveva diventare il sostegno, quello che alleggeriva l’attimo, che con distacco ma solerte rispetto contemplava quel corpo. “Piangi adesso che non c’è nessuno” mi son detto mentre mi dirigevo verso la macchina; “piangi ora che così ti sfoghi e dopo andrà meglio” continuavo a ripetermi nel mentre che guidavo e nella testa scorrevano già ricordi, attimi che la riguardavano. Dovevo essere preparato perché lo so che mia madre -rispetto a mio padre- è molto più emotiva e si sarebbe lasciata andare, trascinandoci tutti nel suo dolore. Salgo su, mi faccio aprire, la saluto come se nulla fosse, senza un abbraccio, in modo tale da non caricarla troppo; vado avanti, percorro quel corridoio ormai fin troppo conosciuto ed entro in stanza. Ci sono persone che non ricordavo di conoscere “meglio” ho pensato, davanti gli estranei non mi lascio mai andare -odio mostrare questo lato di me, specialmente in pubblico. Sta lì, lo sapevo già, sapevo come l’avrei trovata. Trattengo il respiro e faccio come se la cosa mi toccasse solo in superficie e poi niente, senza accorgermene mi si affianca mia madre e come se qualcuno avesse premuto il pulsante dell’emozione, scoppio a piangere come il bambino che sono. In un attimo mi ritrovo io, nipote, ad essere confortato da mia madre, la quale ha appena perso la sua, che mi massaggia dolcemente la schiena con una mano. E che cazzo!
Non ce l’ho fatta, le cose sono andate completamente l’opposto e chi dovevo consolare, alla fine ha consolato me; da chi ha passato gli ultimi istante con la propria madre, vedendola esalare il suo ultimo dolore e respiro. Dovevo essere lì come conforto, un sostegno per non farla rimanere sola in mezzo a chi -nonostante la conoscenza- era estraneo e non di famiglia. E come se non bastasse è stata sempre mia madre che ha cercato di farmi ridere con una battuta; proprio tutto il contrario di quello che mi ero prefissato. Ecco la forza di un genitore.

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E poi ci sei tu, che mi dicevi quanto fossi bello ogni volta che mi vedevi, anche se questo succedeva più di una volta a settimana; che mi ricordavi quanto somigliassi a tuo marito -da cui ho ripreso quasi tutto l’essere me; che volevi sempre un bacetto e non te lo davo mai e proprio per questo ti incaponivi nel volerlo comunque, tirandomi a te per un braccio -da vera abruzzese qual eri; tu che eri sempre pronta a dare il tuo aiuto, che appena venivi a sapere che mi piacesse qualcosa, andavi e la compravi fino a che quella cosa non arrivava a sdegnarmi. Tu, che odiavi chi mi aveva lasciato e riempivi di complimenti -che presente o meno- chi avevo al mio fianco perché, alla fine lo so, tu avresti voluto essere presente il giorno del mio matrimonio e che i tuoi nipoti diretti ti avessero fatto diventare bisnonna. Ahhh nonnina mia, in questo come ti ha detto male con entrambi e scusami se non sono riuscito a renderti felice in questo. Ancora adesso me ne dispiaccio e piango.

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Tu, che il cellulare non lo sapevi usare ma il mio numero era sempre in cima alla tua rubrica e quelle 8-12 chiamate consecutive al giorno che mi facevi, in orari dove io non potevo rispondere o dove non volevo perché magari ero di corsa e tu -giustamente- volevi stare a parlarmi, a sentirmi perché ti mancavo; i sensi di colpa fino al giorno che sei stata male ed ho pensato “e se fosse questa l’ultima sua chiamata a cui posso rispondere?”.
Che nonostante davi i soldi come regalo alle festività, pretendevi di farcene un secondo perché avevi capito che quei soldi li avremmo messi da parte ma a te piaceva vederci mentre scartavamo i pacchi. 
Che quando si stava tutti insieme a tavola, al momento del brindisi tu dicevi la tua solita frase -un pò ambigua- “e sbattemose!” in qualunque luogo fossimo, a voce alta, andando a sbattere il tuo bicchiere coi nostri (una volta, a momenti, anche rompendolo).

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Tu, che nonostante io avessi un lavoro -e poi una casa- ti ostinavi a volermi dare la “paghetta” anche se più volte ti avevo detto che non ce ne fosse bisogno; quella cifra fissa da ormai non so quanti anni che anche quando me ne sono andato ad abitare per conto mio, ogni volta che passavo a casa, tu me la facevi trovare. La battuta che mamma mi ha fatto per tirarmi su, quando ti ho vista lì, distesa e serena nel tuo letto gigante era “oggi ti aveva pure lasciato i soliti 15 euro” a cui avevo ironicamente risposto “ed ora come farò ad arrivare a fine mese senza lei?”. Tanto battuta poi non è stata la sua, perché quando sono passato in quella che un tempo fu la mia camera, al solito posto c’erano proprio loro e solo tu, nel giorno della tua morte, potevi pensare agli altri. Tu, che hai combattuto fino alla fine e nemmeno alla morte la volevi dar vinta ma purtroppo il tempo non si lascia comandare, nemmeno da una abruzzese testarda come te.

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Ah… comunque sto bene, mi sono coperto, tra poco mangio e seppur vivo da solo non preoccuparti, perché non sono solo ed ho tanta gente che mi tiene compagnia. Tu riposati e per una volta, pensa a te.

Ciao.

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