Sorridere ad uno schermo

La tecnologia -si pensa- abbia appiattito i rapporti, li abbia resi più freddi, asettici. Tutte queste teste chine, concentrate e immerse tra i loro cuoricini e un ammasso di cinguettii, le loro storie nella storia propria, di altri e quelle degli altri nella nostra e nella loro. Innesti, intrecci che si rincorrono e seguono la logica di algoritmi che cambiano di continuo, alla ricerca del piacere, di piacersi e di piacere. Il proprio, degli altri, con gli altri ma mai per gli altri.

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La tecnologia ha tolto il brivido del conoscersi, del rischio, dell’esporsi. Non ci sono più occhi che parlano ad altri occhi; la lettura del corpo è totalmente cancellata, inesistente e tutti quei dettagli legati ad essa, svaniti. Non c’è più una voce a dare emozione a parole dette con passione, enfasi e coinvolgimento. I silenzi non hanno più quel ruolo importante che tutti conosciamo, come pause, tra un concetto e l’altro. La dialettica è stata sostituita da un set di smile elaborati che servono a dar supporto a chi -per iscritto- non è capace ad arrivare al cuore del suo interlocutore.

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Li osservi tutti, ogni giorno, con volontà o distrazione: tante piccole lucette fredde che illuminano gli abitacoli bui di macchine in sosta, parcheggiate, in coda nel traffico, oppure fuori, in attesa del bus in ritardo; in fila alla posta, a tavola mentre si consuma il pasto al ristorante così come si consumano i rapporti che poi muoiono, dopo tanto e poco tempo. Si potrebbe pensare che la deficienza abbia preso possesso del genere umano; vedi su internet i video più esilaranti di gente che capitombola nelle maniere più disparate solamente perché distratta del proprio device.

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La tecnologia -che si deve accettare- invece ha solamente aggiunto un nuovo linguaggio nel nostro quotidiano. Un nuovo canale attraverso il quale conoscere, conoscersi ed evolversi proprio come essa stessa fa nel tempo. Non un’unica via di comunicazione ma un supporto a quello che già si conosce, di cui si fa uso anche involontario perché radicato in noi stessi da tempo immemore. Bisogna entrare in contatto con questo mezzo che tanto sembra essere freddo, trasformarlo in un qualcosa di caldo, di personale, come se fosse il nostro biglietto da visita, la nostra identità interattiva. Riuscire ad emozionare con le parole e lasciarsi trasportare da quelle degli altri, facendone generare delle nuove che si mescolano tra loro in un flusso che poi non è altro che il caro vecchio “conoscersi”.

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Che poi, riflettendosi su, non è poi così nuovo questo metodo comunicativo. Eravamo abituati a percepirlo in modo più statico attraverso i libri, immedesimandoci nei personaggi di quei racconti che ci hanno appassionato così tanto da formare parte della nostra personalità. Oggi questo stesso processo è più dinamico, come un racconto che viene scritto giorno dopo giorno, adattandosi agli eventi che viviamo in prima persona e modellandosi a seconda delle reazioni che scaturiscono, attimo dopo attimo.

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Quelle stesse facce, distratte dai cuoricini e cinguettii, pur coperte da un freddo schermo, si scaldano, arrossiscono e sorridono. Così quello stesso osservare che prima era di disprezzo, di sconsolatezza, si ammorbidisce e fa sorridere anche te che stai rubando un attimo importante della vita di qualcun altro; lo fai tu, ci immagini sopra e tendi di decifrarne l’emozione: il sorriso per un “ti amo”, l’imbarazzo per un’affermazione un pò troppo schietta e diretta, la rabbia per una delusione appena scoperta. Siamo sempre noi, cambiano solo i mezzi -a cui siamo obbligati ad adattarci- ma restiamo noi.

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