Guardandosi allo specchio

E’ una routine, un automatismo che spesso nemmeno ci accorgiamo di fare. E’ un gesto che ha dentro migliaia di significati, i più disparati, anche profondi, se vogliamo. La maggior parte è per narcisismo, anche per i più insospettabili che covano al loro interno una stima di sé stessi da fare invidia a chiunque.

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Nel tempo questo stesso gesto può evolvere il suo significato. Ad esempio -magari per molti potrà non essere così scioccante- il mio primo ricordo, quello da cui io definisco “l’inizio” della mia vita vissuta, è proprio legato ad un specchio: mi trovavo in androne, nella casa dei miei dove sono cresciuto e c’era questo specchio -per me enorme al tempo- da dove veniva riflessa solo parte di capelli di una testolina agitata. Ricordo ancora la tonalità calda della luce accesa che illuminava la zona, i mobili in legno e quella sensazione di un passato così lontano da non sembrare nemmeno appartenermi. Ero lì davanti, non ricordo nemmeno per cosa, ma cercavo di specchiarmi, di vedere come il mondo mi avrebbe visto ogni qualvolta la mia faccia avrebbe fatto la sua apparizione. Sì, esatto: giudizio, ricerca di conferme, insicurezze, incertezze, scoperte, curiosità. Tutti termini appropriati e racchiusi in un semplice gesto quotidiano.

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Col tempo, tutte quelle cose sono rimaste improrogabilmente e se ne sono aggiunte anche altre: correzione, riflessione, supporto, controllo. Ho imparato ad accettarmi, ad accettare i miei difetti, le mie imperfezioni senza andare a dover modificare un qualcosa ma solamente aggiustando, con quel che avevo, ciò che non mi aggradava.

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Da sempre i capelli sono stati una mia fissazione. Dovevano sempre essere “perfetti”, in ordine, “come dicevo io”, “come volevo io”. Lo specchio ha affiancato e accentuato la mia autocritica, sviluppando così un senso di miglioramento continuo, l’assenza di appagamento che poi ti fa lasciar andare, ti fa accontentare e -purtroppo per me- io non sono un tipo che si accontenta.

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Un altro momento importante che accompagna il guardarsi allo specchio è il farsi la barba o per dirla tutta, la ricerca dei primi peli in faccia. Un giovane, oculato e speranzoso sguardo che setacciava meticolosamente ogni centimetro del viso, nella vana ricerca di trovare sviluppi che la pubertà avrebbe dovuto portare con sé.

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Guardarsi allo specchio aiuta moltissimo nelle arti marziali: l’auto-correzione. Il vedersi e rivedersi fino allo stremo, nei dettagli, in modo minuzioso, ripetendo più e più volte per trovare quell’equilibrio, la stabilità, quella sensazione che poi non avrebbe più necessitato il continuo guardarsi riflesso.

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Ci sono tanti momenti e come è facile che stiate riflettendo, non sempre il guardarsi allo specchio è motivo di superficialità…ok, va bene, lo ammetto: spesso continuo a specchiarmi solo per compiacimento personale. Alla fine sono famoso per un momento topico, in cui, in un mio slancio emozionale dato dalla situazione goliardica e dall’euforia, mentre mi specchiavo pavoneggiante, ho esclamato ad alta voce: “Ma chi è? Ma chi è quel bel ragazzo?!” e, ahimè, non ero solo in quella stanza.

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Poi si invecchia. Gli anni passano, i momenti da mettere alle spalle si accumulano ed il guardarsi allo specchio cambia di significato. Ti capita di prende una tua foto, vecchia di decenni e voler confrontare allo specchio come l’incessante ticchettio delle lancette abbia trasformato o stravolto quello stesso te che un tempo eri. Sorridi, perché capisci che di tempo ne è passato o ne sta iniziando a passare abbastanza da farti voltare indietro ogni tanto. Sorridi perché oltre a vedere il bello che sei, ti poni anche delle domande; domande su di te; domande se ciò che sei è davvero abbastanza; domande se ciò che vedi è oggettivamente bello come tanti dicono; domande se alla fine sei l’unico a non vedere tutta questa bellezza in te. Tornano così a riaffiorare i primi termini di quando ti specchiavi da bambino ma non più volti al prossimo ma a te, perché per poter piacere agli altri devi prima piacere a te stesso.

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Ti domandi se ciò che ti sei sentito dire nel tempo alla fine sia vero, perché se davvero fosse così allora qualcosa non quadrerebbe; quel “sei troppo bello per..” o “sei quanto di più vicino a ciò che vorrei..” avrebbero dovuto far sì che eventi, fatti e situazioni coincidessero e si incastrassero in maniera diversa, come gli ingranaggi di uno stesso congegno che -assemblati insieme- danno vita ad un meccanismo impeccabile e preciso. Ed è anche giusto dubitare un poco di sé perché ci fa porre domande, in maniera tale da trovare risposte che ci possano migliorare, perfezionare. Lo so, tutto ciò sembra ridondante e spesso ricorrono gli stessi termini come migliorare e perfezionare ma quando hai il pallino di essere sempre il meglio, di diventare il migliore, finisci per non accontentarti mai -indipendentemente dal risultato ottenuto- e puntare tutta la tua costanza e perseveranza in tutto ciò che senti abbia un margine di crescita.

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Alla fine, specchiarsi allo specchio è tanta roba ma io finisco sempre col passare davanti ad uno specchio, guardarmi, sorridere e pensare: “alla fine non sono poi così ‘accio, ancora je la ammollo!”.

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