Prologo
Opachi colori si mischiavano tra gli spifferi dei pensieri che scorrevano indipendenti da tutto il resto. Si delineavano e venivano messi a fuoco man mano che prendevano l’esatta posizione, nel grande schema naturale delle cose.
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Le funzioni cerebrali si spartivano, in modo parsimonioso, tutti i compiti legati al pensiero, al ragionamento, alle funzioni motorie ed anche a quelle respiratorie. In millesimi di frazioni di secondi, tutto veniva gestito in un fitto reticolo, ordinato e composto. La piena confusione era tenuta con maestrìa da questa macchina perfetta, qual è il corpo umano.
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L’asfalto irregolare viene percorso autonomamente, senza che gli occhi afferrino realmente quale direzione i passi stiano prendendo. Eretto e composto, si muove nel tran tran delle auto, tra i discorsi insensati di persone che, da tempo, hanno fatto e vissuto gran parte del loro. Uno come tanti, in mezzo a tanti, eppure diverso. Sensazioni inconsce ed emozioni che affiorano d’improvviso, regolate dal rapportarsi sociale, dagli eventi che costituiscono il quotidiano vivere e, soprattutto, dai sogni che uno fa.
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Il palmo della mancina accarezzava la pelle segnata dalla stanchezza di un corpo forse troppo giovane ed impreparato per dover affrontare quello che gli si prospettava. Le iridi, che passavano stancamente il loro raggio su strade che lo avevano visto crescere, che lo avevano osservato muoversi con indugio, ed erano state testimoni della fine di tutto e l’inizio del resto.
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Non si può mai dire quand’è che una cosa ha inizio e quando fine: lo si può solo scegliere.
