Viaggiare solo

Viaggiare da solo.

Solo viaggiare.

Proprio come queste parole, viaggiare porta con sè molteplici significati: viaggiare da solo, viaggiare solo con sè stesso, solamente viaggiare perché si deve. La prima volta che viaggiai da solo fu quasi un obbligo, una necessità impostami dal mio io; sentivo dentro di me l’impellenza di allontanarmi, di staccare tutto, da tutto. Avevo una voglia di rilassarmi che se non fossi partito in quell’esatto momento e per un tempo tale da permettermi di ricaricare, che penso avrei poi fatto scelte più sbagliate di quelle che ho comunque fatto, nei tempi che furono.

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Per me viaggiare è scoprire, imparare, mettersi alla prova, arricchirsi e crescere. Come ho detto all’inizio: viaggiare può essere molte cose a seconda di come lo si vuole interpretare.

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Ammetto che avevo un po’ di angoscia addosso: partire da solo senza un compagno di viaggio, senza un amico da andare a trovare, senza uno straccio di programma da seguire per orientarsi su cosa fare -dove e quando. Mi sentivo strano e non so perché scelsi un periodo che solitamente tutti passano col proprio partner o gli amici più stretti, dove la fine diventa inizio e si mettono sul tavolo le nuove promesse, che puntualmente andremo a mancare. C’erano un sacco di sentori che lampeggiavano dentro di me, come una sorta di allarme che scatta quando hai valicato una zona che ti era vietata. Non so bene cosa fossero ma tutto il negativo che avevo portato con me, nella mia valigia, svanì non appena presi possesso dell’appartamentino prenotato: da lì iniziava la mia avventura; da lì avrei costruito un nuovo pezzo della mia vita; da lì potevo aggiungere o togliere, a seconda di come mi fossi sentito.

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L’euforia mi pervase e ricordo l’entusiasmo nel fare anche la più banale delle cose. Era come sentirsi adulto per una seconda volta e dire che già vivevo per conto mio da qualche anno.

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Viaggiare solo significa che puoi prendere, partire e andare per luoghi, visitarli, tornare indietro e raccontare quello che hai visto. Quel “solo” significa che ti sei limitato a fare un viaggio, come può essere quello di lavoro o in uno dei week end liberi.

Viaggiare solo significa che tu sei solo nel tuo viaggio, così come lo dici al banco del check-in quando ti presenti per l’imbarco; allo stesso modo quando fai conoscenza con l’host per farti dare la chiave della tua stanza. Sei solo, non hai niente all’infuori di te e dei tuoi effetti personali.

Viaggiare solo significa ritrovarsi nei momenti di silenzio con te stesso ma in un ambiente a te non familiare, senza nulla che ti ricordi appartenenza, che ti faccia sentire a tuo agio, che ti dia rassicurazione o ti metta a tuo agio anche in una situazione di disagio.

Viaggiare solo significa creare connessioni o decidere di non crearne affatto. Raccontare di te o limitarti ai saluti per educazione ma che mantengono le giuste distanze, in modo da non far avvicinare gli altri, oltre il dovuto.

Viaggiare solo significa sentire la nostalgia di casa e quando stai per andare, sentirla per il posto che stai lasciando perché ormai inizi a sentire tuo anche quello.

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Viaggiare per me è una necessità. Nel corso dell’anno vedo posti che mi segno di andare a conoscere un giorno; sogno di periodi in cui io possa spendere il mio tempo libero per dire poi “anch’io qui c’ero”. Viaggiare è ossigeno, è ricaricarsi, è sentire la smania di e partire su due piedi. Viaggiare è già di per sè l’organizzazione del viaggio stesso, che sia fatto con largo anticipo oppure all’ultimo -con la nevrosi che ti monta sulle spalle.

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Viaggiando da solo ho avuto modo di poter pensare -cosa che credo sia realmente difficile a tutti nel continuo e chiassoso quotidiano. Pensare a molte cose: a me, alla mia vita, a quello che avevo, come lo avevo ottenuto; a quello che mi ero lasciato scappare, che avevo lasciato andare; a quello che avevo trovato fino a quell’istante nel mio andare; a quello che questo ennesimo viaggio mi aveva dato e a quello che avrei trovato, una volta tornato. Si potrebbe dire che nemmeno quando sono in vacanza mi rilasso ma invece il pensare senza lo stress del tempo, di quello che si dovrà fare l’indomani, ha un peso ben diverso nella propria testa. Puoi lasciare quel determinato pensiero lì, a soppesarsi da solo e riprenderlo successivamente senza che il timore di “chissà quando avrò altro tempo per pensarci”, che poi è la motivazione più banale che ti fa rendere difficile anche la più semplice delle azioni.

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Ma non si può viaggiare sempre e di continuo; prima o poi bisogna tornare, riavere i propri doveri e le proprie responsabilità, in modo che quella necessità che si ha dentro, che io chiamo viaggiare, cresca a tal punto da divenire nuovamente impellente e farmi scappare per andarla a trovare.

Sembrerebbe come se avessi voluto troncare di colpo un susseguirsi di pensieri e magari è proprio così. Quando i pensieri iniziano ad uscire uno dopo l’altro, percepisci che potrebbero scivolarti di mano come quando stai versando la farina e sai che quel colpetto in più ne farà uscire così tanta che dopo ti maledirai per averlo fatto. Anche se il taglio è netto, quando escono troppo -i pensieri- è meglio sedarli, prima che siano loro a prendere il controllo di te.

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