Quella volta in spiaggia

Non ricordo bene che età avessi ma ero abbastanza piccolo, non arrivavo a otto o dieci anni, questo è sicuro. Era il primo periodo in cui iniziai a frequentare la chiesa e l’oratorio, la mia parrocchia -al tempo- d’estate organizzava attività oratoriali in spiaggia e ti ritrovavi nelle spiagge libere del litorale romano una miriade di bambini e veli con gonne bianche che svolazzavano in ogni dove alla vana ricerca di un qualche ordine.

Da sempre (e anche tutt’ora) sono stato un tipetto che non voleva stare sotto a cose o persone che non gli fossero a genio. Dicevo -dico- sempre la mia, anche se non richiesto, anche se non necessario, anche se mi avrebbe facilitato la vita e la salute. Diversamente non poteva essere quando, inserito in un nuovo gruppo, ti ritrovi il bambino più grande sia di età che di stazza -in quella fase della crescita un anno e 5kg in più fanno la differenza- che se la vuole comandare.

Non ho proprio un ricordo netto, lo ammetto, sono più che altro immagini sfocate che messe insieme costruiscono il ricordo e lo riportano -negli anni- a galla nella mia testa. Sorrido ancora perché a pelle ho ancora la sensazione di quanto quella situazione non mi piacesse e di quanto mi potesse stare sul cazzo quel bambino ma allo stesso tempo di quanto ne avessi timore. Stavamo organizzando un qualche tipo di gioco, forse calcio Armageddon (chi è stato bambino negli anni ‘90 sa che al mare si giocava solo a calcio sulla sabbia e che il 98% delle volte non prendevi la palla ma la tibia dell’avversario e uscire illesi era impossibile) e c’era questa massa di ciccia che -stranamente- non mi aveva preso in simpatia; ancora adesso ho addosso il fastidio dei suoi modi e alla mia seconda negazione consecutiva, mi prende di petto. Per chi non lo sapesse, io sono cresciuto in un contesto dove la legge della strada vigeva ancora e dalla più tenera età. Abitavo e vivevo vicino quartieri che spesso erano oggetto di notizie di cronaca locale e non solo; in poche parole: dovevi sapertela cavare.

Fatto sta che si passa alla scontro verbale diretto, un paio di spinte ed il ricordo successo è di lui che, forte della sua mole, mi veniva incontro in carica manco fosse un toro che punta il torero di turno. Non è che abbia ragionato chissà quanto, penso che l’istinto l’abbia fatta da padrone ed io non avevo alcun tipo, all’epoca, di conoscenze sul combattimento o robe simili. Il frame successivo è quello di me che mi sposto di lato, proprio come fa il torero quando l’animale gli si fa prossimo e con le braccia disegno un cerchio nell’aria nel mentre che mi sta sotto, tale da permettermi di fargli fare una capriola in aria e atterrare fortemente di schiena sulla sabbia.

Una roba da film d’azione, direte voi e l’ho detto anche io! Non so se fossi più incredulo io o quel poro cicciotello che aveva subito lo smacco pubblico. Nella mia testa mi ripetevo “Oddio che ho fatto?!” “Wow, l’ho fatto!” e guardavo prima le mie mani, poi lui ancora a terra e successivamente gli altri ragazzini che avevano assistito a tutto. Abbastanza frastornato, la prima cosa che faccio è chiedere al malcapitato se stesse bene e un secondo dopo vidi arrivare il velo bianco a sincerarsi che tutti stessimo bene (e forse a prendermi una delle tante ramanzine che mi sono sorbito negli anni).

Il resto potrebbe diventare un romanzo ma la mia testa ha deciso che non fosse interessante e l’ha rimosso. Non so se poi le ho prese, se sono stato sgridato, se tutto questo mi ha portato rispetto per un po’ o cose simili, certo è che per qualche tempo a seguire -essendo io un meticoloso nato- ho cercato di capire come fossi riuscito in quella magistrale impresa e quale esattamente fosse stato il movimento che mi aveva permesso di cavarmela senza un graffio da una situazione che avrei potuto ricordarmi in negativo. Una cosa è certa: è da dentro che ho sempre avuto la predisposizione per le arti marziali ed è stata solo una questione di tempo se un decennio dopo io iniziai quel bellissimo e lungo percorso che ancora oggi mi accompagna.

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