Raccogliere i pezzi
Il sangue che va alla testa, il pavimento talmente vicino da risultare sfocato agli occhi; quel senso di chiuso, di cupo; la schiena piegata ed incurvata che già sai che quando dovrai riportarla eretta non saranno gioie per le tue vertebre lese e stanche.
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La testa che gira, l’aria che manca e gli occhi che vanno al cielo così come i pensieri e la madonne.
Non hai ancora finito e nuovamente sei ancora giù, a prendere con le mani nude quei frammenti di vita che non ne vogliono più sentire di rimanere incollati: un pezzo che si è tramutato in mille e tanti altri.
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Raccogliere i pezzi è -a tutti gli effetti- un gesto servile, per nulla nobile, di umiltà, pazienza e di sottomissione. Anche la postura disegna e comunica un gesto di basso ceto, che ti pone ad essere guardato dall’alto ed obbliga te ad osservare dal basso.
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Che tu lo faccia in presenza di qualcuno o in completa solitudine, questo gesto ti rimette coi piedi per terra; tutte le fantasie, i sogni ed i desideri che stavi cercando di disegnare, di afferrare, vengono cancellati di botto come i pastelli dopo un’acquazzone.
Al tuo posto, tra sospiri e pianti, tra speranze e delusioni, cerchi la forza che un Dio ti ha sotratto.
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Raccogliere i pezzi fa male e non c’è abitudine che tenga, anzi, più vai avanti e più speri che quei pezzi si facciano talmente piccoli da non riuscire più a riconoscerli per ricomporli e ricostruire quella vita che di botto è andata a sgretolarsi.
