Sono sempre stato restìo nel piangere

In linea di massima, sono poche le occasioni in cui ho pianto in modo liberatorio, senza riuscire a poter frenare le lacrime, le emozioni. Da sempre ho cercato di reprimere l’impulso di piangere, soprattutto in pubblico.

E’ una cosa che odio.

Odio mostrare un lato così intimo di me. Con chiunque. Anche con me stesso.

Ci sono due eventi in cui, in passato, ho rotto il mio muro di impassibilità come se fosse fatto di polistirolo. In tutti e due i casi si è trattato ai funerali di amici. Quando si tratta di emozioni forti, inconsciamente tendo a dimenticare, a lasciarmi solo dei frammenti -magari anche distintamente netti- che rimangono nel tempo. Ricordo al funerale di Giorgio, morto in quell’ormai famoso incidente sulla Via del Mare con un’auto blu, sbalzato fuori dalla macchina; ricordo che ho pensato a cosa potesse aver provato in quell’istante; ricordo di essere rimasto sulle porte d’entrata della chiesa ma non ricordo quale; ricordo che nei giorni successivi ho rivisto in loop i video demenziali che si era fatto qualche settimana prima e su cui abbiamo riso; ricordo che per molti anni ho mantenuto il suo numero in rubrica e che -stupidamente- ho provato anche a chiamarlo nonostante sapessi che non avrebbe mai potuto rispondere. Ricordo che non siamo mai riusciti a vederci ma ci siamo scritti tanto perché erano le prime conoscenze tramite chat, le stesse che poi ho coltivato, proseguito e che, in alcuni casi, sono anche diventate fondamenta di rapporti veri e concreti.
Ricordo che mi sono anche sentito un pò stupido mentre ero lì, in mezzo a tanti, non sapendo nemmeno chi fossero, a piangere una persona che fondamentalmente non mi apparteneva; ho pensato che gli altri si potessero chiedere chi fosse quel ragazzino che piangeva a dirotto, che non stava in nessuno dei gruppi più vicini a Giorgio e nonostante questo, piangeva forte e tanto.

[…]

E poi c’è stata Alessandra, compagna delle medie, una delle mie tante cotte adolescenziali.

Lei forse è stato il primo vero collegamento in cui io e mio padre siamo stati complici. O per meglio dire, lui ha voluto rendersi complice per me:

Era una mia festa di compleanno -sì, proprio così, di quelle dove inviti tutta la classe per non dare a vedere quali fossero le antipatie e le simpatie. Poi lasciamo stare che in entrambi i casi a me si è sempre letto in faccia quando qualcuno mi stesse a genio o no. Non fanno eccezione gli amori, le cotte, gli interessamenti…insomma, avete capito. E niente, mio padre -che al tempo ancora fotografava- avendo capito il mio interesse, ma non va a fare una foto ad Alessandra?! Ovviamente io ero all’oscuro di tutto e questa cosa venne fuori solamente quando le foto furono fatte sviluppare (ahhh, che tempi!). Tralasciamo l’imbarazzo ma ricordo ancora l’espressione sorniona di mio padre mentre me la mostrava.
Ma tralasciando questo vergognoso siparietto, lei fu uno dei miei pianti pubblici. Non per qualche pena amorosa, purtroppo; anzi, noi eravamo come cane e gatto, la classica situazione in cui a lui piace lei e per questo le da i pugni sulle spalle. Con una piccola variante: lei era molto più manesca di me e menava come un fabbro quando ci si metteva! Ed il bello è che io le prendevo sempre!

Ancora oggi non conosco i particolari della causa che portarono alla sua morte, che fu per tutti inaspettata e prematura. Certo è che una notizia del genere nemmeno la capii immediatamente. Dopo le medie ci sta che la classe con cui stavi si potesse dividere, diciamo che era il primo frazionamento in cui potevi scegliere se continuare o meno, la famosa “scuola dell’obbligo” era terminata. Non era altrettanto inusuale che alle superiori ci si potesse reincontrare e questo fu il nostro caso anche se non ci furono chissà quali occasioni per incrociarsi. Fatto sta che la vedevo molto poco e dai vaghi ricordi che ho, mancò anche per un pò da scuola. Poi di colpo la notizia. Impensabile pensare alla morte a 16 anni; impensabile pensare che qualcuno che conoscevo potesse morire da un giorno all’altro, non era mica anziana. Faceva sport, era vitale, impossibile. Ed invece…
Al funerale andai con un compagno più grande di me con cui avevo da poco legato. Tenni duro ed ero convinto di farcela ma sulla soglia della chiesa, scoppiai a piangere rumorosamente. Non ero certo il solo ma non ho ricordi dell’intorno, se non quello di questo amico che mi ha stretto a sé come avrebbe fatto un fratello maggiore, col minore. Davvero, non ricordo nulla ma la sensazione del dolore che provai quel giorno, in quel momento e nei successivi, ce l’ho ancora addosso. Tra l’altro non ho mai ringraziato per il supporto ricevuto quel giorno, non si è più detta una parola a riguardo, come se ci fosse stato un tacito accordo; una sorta di rispetto reciproco e di comprensione del dolore.

[…]

Col tempo non so cosa sia successo. Non so se si può parlare di un mio percorso interiore in cui ho iniziato ad accettare i lati del mio carattere e quindi, a conoscermi. Magari sono anche state tutte le persone che ho incrociato in quello che ho vissuto fino ad ora, che mi hanno trasmesso un pò del loro, mostrandomi aspetti che ignoravo o semplicemente preferivo non mettere a confronto con me. Invece adesso è come se fossi entrato in sintonia con le cose, le persone e cerco di immedesimarmi nelle emozioni provate in quell’istante. Mi è successo di piangere, ascoltando delle canzoni, perché sapevo quale fosse il messaggio che volevano trasmettere ed ho immaginato il dolore provato dal compositore. Ho pianto vendendo dei film, sentendo dentro di me il tipo di sentimento che quella scena -montata dal regista- cercava di trasmettere allo spettatore. Ho iniziato a piangere per qualsiasi cazzata! I cartoni animati? Uuuuhh! Manco a parlarne, in quel caso il pianto è dato a 1.00 (come per le scommesse scontate).
Un pò ci rido su, perché è come se capissi che in qualche modo mi sono ammorbidito; altre volte, invece, mi dà ai nervi perché non ho ancora accettato il fatto che possa capitare in pubblico.

Quello lo odio ancora.